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52. Mediterraneo, migrazione e movimento: Napoli e la sua musica.  

Presenter: Angela Zagarella (zagarea@pdx.edu ), Portland State University

 

La musica, puntuale lettrice della società, da sempre affronta il tema della migrazione, del multiculturalismo, della tolleranza, della convivenza. Da Lacrime Napuletane di Enrico Bovio fino alle convergenze mediterranee di Pino Daniele ed Eugenio Bennato, Napoli e la sua musica sono da tempo testimoni di momenti storici ben definiti.  Il saggio si propone di analizzare in chiave di migrazione i testi e i suoni della musica contemporanea italiana del Sud, con particolare attenzione alla ricca tradizione musicale di Napoli, mettendo in evidenza le influenze dell’ambiente musicale mediterraneo, il suo valore universale, il suo richiamo alla terra e al mare. Linguaggio comune per superare le barriere linguistiche e politiche, questa musica esprime forti passioni, ma anche la sofferenza, lo sdradicamento, diventando un importante strumento di lotta al razzismo e alla xenophobia. 



Bibliografia Iniziale

 

- Cassano, Franco. Il pensiero meridiano 



- Chambers, Ian. Mediterraneo Blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi. 

- Kapelj, Sara. Testi in movimento. 

- Pesce, Anita e Stazio MariaLuisa. La canzone napoletana tra memoria e innovazione.  

51. Motherlands and Mother Tongues in Igiaba Scego’s La mia casa è dove sono 

Presenter: Maria Cristina Seccia (MariaCristina.Seccia@sas.ac.uk )

 

This paper analyses Somali-Italian author Igiaba Scego’s memoirs La mia casa è dove sono from a translation studies perspective, shedding light on the relationship between mother, ‘motherland’ and ‘mother tongue’. Drawing on postcolonial translation studies theories (Bhabha 1994; Simon 2011; Tymoczko 2000; Wolf 2000), I will discuss the narrator’s continuous act of negotiation of her Italian and Somali cultural identities, which leads her to inhabit an interstitial space between Italy – the country where she was born and grew up – and Somalia, her parents’ home country. By interweaving the concept of hybrid cultural identity with postcolonial gender studies theories (Burkitt 2012; Karpinski 2012), I will show how the narrator’s mother plays a pivotal role in her conceptualisation of ‘motherland’ and ‘mother tongue’. Straddling two cultures and languages, Scego’s reflections on her hybrid cultural identity – which  results in a linguistic hybridity of the text – challenge the notion of ‘Italianness’ and offer a significant contribution to the ‘trans-national turn in Italian Studies’ (Bond 2014).  



50. Letteratura, musica, teatro: Napoli e la napoletanità nelle opere degli artisti contemporanei 

Presenter: Manuela Lo Prejato (manuela.loprejato@gmail.com ), Università Sapienza di Roma 

Questa proposta prende le mosse da un articolo già pubblicato dalla scrivente (M. Lo Prejato, Zur gegenwärtigen Kulturszene, in S. Pisani e K. Siebenmorgen (hrsg. v.), Neapel. Sechs Jahrhunderte Kulturgeschichte, Berlin, Reimer 2009, pp. 511-515) nell’ambito del quale si presentavano i risultati di un’indagine svolta nel 2005 sulla cultura contemporanea napoletana – istituzionale e sperimentale/underground in particolare – con attenzione  alla scena letteraria, musicale e teatrale. Nella ricerca del 2005 si metteva in evidenza il sentimento di decadenza avvertito dai protagonisti della cultura partenopea, espresso nel cosiddetto, controverso Manifesto degli intellettuali, che aveva preso vita sulle pagine del quotidiano cittadino, “Il Mattino”, in seguito all’appello del filosofo Aldo Masullo: “Salviamo Napoli”. Nell’articolo si analizzava come venisse interpretata dagli scrittori la “napoletanità”; come nella musica si fosse passati dall’epoca del “Neapolitan Power” a quella delle posse, dei neomelodici e degli artisti indipendenti; come nel teatro si tentassero percorsi di sperimentazione soprattutto nelle sale dei Quartieri spagnoli e come la città si fosse ridotata di un teatro stabile. 

L’attuale proposta vuole rappresentare un aggiornamento, a più di dieci anni di distanza, dei risultati presentati nel vecchio articolo. Le domande essenziali alle base della nuova ricerca sono le seguenti: la cultura partenopea, soprattutto quella di sperimentazione, può dirsi attualmente rifiorita? Come viene rappresentata Napoli nella letteratura, nella musica, nel teatro contemporaneo? Gli artisti come vivono il proprio ruolo rispetto alla città e all’ormai quasi stereotipo dell’essere napoletani? Esistono oggi luoghi di aggregazione attivi, eventi che riescono a incidere sul panorama culturale partenopeo? Le risposte a tali quesiti saranno cercate in un’indagine sul campo e in interviste ai diversi protagonisti della scena culturale cittadina.

49. Anna Maria Ortese: i sortilegi e le piaghe di Napoli 

Presenter: Andrea Baldi (abaldi@rci.rutgers.edu),Rutgers University 

 

Questo intervento si propone di rivisitare il contrastato rapporto tra Anna Maria Ortese e la città della sua giovinezza, attraverso l’analisi di alcuni suoi articoli giornalistici degli anni partenopei e del periodo milanese. In queste testimonianze la scrittrice delinea un ritratto di Napoli composito, spesso ambivalente. Ortese descrive la sua patria adottiva come un luogo di sortilegi, ricco di fascinazioni e turbamenti, ma anche segnato da ferite profonde. L’abbandono di questa terra stregata, che con le sue meraviglie naturali esercita una seduzione a volte perversa,  è quindi un atto necessario, seppur doloroso, al fine di conquistare una compiuta identità professionale. La conversione alla modernità settentrionale, con il trasferimento a Milano, comporta però per Ortese la rinuncia al regime degli affetti e a una dimensione comunitaria, saldata da vincoli di attenzione all’altro. Molti dei suoi articoli composti nella “capitale dell’industria italiana” esplorano dinamiche simili a quelle indagate da Walter Benjamin. Alla denuncia della società industriale si affianca il recupero memoriale del passato personale e della ‘civilità’ napoletana. L’orrore della miseria e del degrado urbano è velato allora dalla nostalgia per un’umanità generosa e compassionevole, sebbene condannata alla sofferenza. 



 

48. Napoli tra passatismo e futurismo in F. T. Marinetti

Presenter:Stefano Bragato (s.bragato@reading.ac.uk), University of Reading

Questo intervento esamina la rappresentazione di Napoli in alcuni scritti di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), soffermandosi in particolare sul ruolo testuale ricoperto dalla città all’interno della sua opera. Tra le diverse città italiane presenti in maniera consistente nei testi del capo futurista (tra cui Milano, Venezia, Roma e Genova), Napoli sembra infatti assumere la precisa funzione di punto di interscambio tra innovazione futurista e motivi più passatisti.

Nell’immaginario futurista Napoli incarnava diverse caratteristiche ascrivibili all’etichetta di “passatismo”, tra cui l’esaltazione dell’amore romantico e del sentimentalismo, l’onnipresenza di una musicalità patetica e languida, e una pesante tradizione accademica che contrastava con i proclami innovatori del movimento. Napoli era inoltre la sede di alcuni tra gli intellettuali più bersagliati dalle critiche di Marinetti, tra cui Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao e Benedetto Croce. Eppure, Napoli non fu sottoposta da Marinetti alle critiche riservate ad altre città altrettanto passatiste come Roma o Venezia. Questo perché Napoli, come si mostrerà nell’intervento, si configurò all’intero dell’opera di Marinetti come un polo meridionale complementare alla scientificità, alla tecnologia, al modernismo metropolitano di Milano: un polo che assommava in sé quei tratti di creatività, elasticità, istinto, esaltazione della gioventù che costituivano una componente fondamentale della dottrina futurista.

Nell’intervento si mostrerà come questa rappresentazione di Napoli sia rintracciabile in alcuni testi di Marinetti, anche attraverso la comparazione con altre città italiane. Ci si concentrerà in particolare sul romanzo bellico autobiografico L’alcòva d’acciaio (1921), dove Napoli rappresenta una pausa sentimentale “passatista” prima della guerra futurista, per poi spostarsi a Un ventre di donna (1919), che proprio a Napoli si apre, fino ai taccuini personali di Marinetti. Si analizzerà inoltre come tale ruolo sia rintracciabile, sebbene con qualche variante, anche nella rappresentazione di Capri, in particolare nella raccolta Novelle colle labbra tinte (1930) e nel romanzo L’isola dei baci (1918).



47. Palimpsestic Narratives and the Neapolitan Landscape: An Exploration of Codependent Realities and Cultural Production  

Tehezeeb Moitra (tmoitra@gmail.com),Università degli studi di Napoli L'Orientale. 

 

This essay critically engages with the role of contemporary art in cultural production particularly referencing the mosaics created by William Kentridge in the Toledo metro station in Naples. The arguments put forth consider the art object as a heuristic device that probe exigent questions regarding the representation of identity through an art, which is no longer bound to an overarching metanarrative structure but instead, as one which is increasingly hybrid and multiplicitous in nature.  



 

Kentridge’s work functions on two planes– conceptual and physical, both of which come together in a palimpsestic representation of the city of Naples. The images portrayed in Kentridge’s work, and the mythologies they contain, imbue a symbolic vocabulary that is suggestively polysemic in nature. These heavily layered images operate within the context of the heterotopic site of metro Toledo–at once a functional railway station, on one of the busiest streets in the city, and what Bonito Oliva has called a “compulsory museum”. The intrinsic relationship between the conceptual and the physical space is manifested in the Kentridge’s work, which by virtue of this coexistent duality then assumes the position of being a kind of hybrid cultural artifact.  

 

Considering the artworks as cultural artifacts opens up a necessary dialogue that considers fundamental questions on what kind of “stories” of Naples are being perpetuated through the process of Kentridge’s mythmaking and how, especially in terms of the representation, and its affect on the ceaseless production of identity, which exists within a sphere of poly-dimensional, non-binary structures of negotiation and understanding.



46. “È troppo poco egoista per analizzare e prediligere questi piaceri sensuali”: The role of women in 19th century Italian Taste 

Presenter: Daniele De Feo (danieled@princeton.edu), Princeton University 

  

It is in Risorgimento and post-Risorgimento Italy that there is an incessant quest for a definition of what it means to be Italian amongst a reality of economic paucity and clear social divisiveness.  During this tenuous, yet crucial epoch there is a cohesive attempt to define Italian taste with an ideological terminology previously absent from sensorial and aesthetic discourse.  Authors like Giovanni Rajberti, Pellegrino Artusi, Paolo Mantegazza, etc… become fundamental purveyors of a burgeoning Italian taste, yet for all the progressive and democratic elements that they represent (e.g., education, political and cultural unification, etc.) there is a trend that is evident in these authors and in the societies they are reflecting; a trend which attempts to ostracize the female figure’s role, or at very least demonstrate her as ancillary to the gastronomic cause. This paper will discuss the role of women within these newly forming taste ideals, underscoring: (1) how women are to behave in the convivial setting focusing on dissimulation and the evident indecency of eating and (2) the preached female ‘physiological inferiority’ that is diffused through the Positivist culture prevalent in the day. Ultimately, the aesthete and the gastro-philosopher are to be males making the realm of taste exclusively masculine.  Females are to prepare and organize, assimilate, dissimilate and serve, yet not partake. Their identity is constructed upon the social parameters that preclude them from self-expression and indulgence. Woman is caretaker, cook, gastrophilanthropic, and hostess, but never gastronoma



45. La mitologia dell'infanzia nell'opera di Dacia Maraini  

Presenter: Susan Amatangelo (samatang@holycross.edu), College of the Holy Cross, Worcester, Massachusetts, USA 

Il mio intervento tratterà della sua rappresentazione dell'infanzia in diverse opere di Dacia Maraini, tra cui La lunga vita di Marianna Ucrìa, Buio, e La bambina e il sognatore (il suo romanzo più recente); in particolare, parlerò del suo uso della mitologia e delle favole come modo di affrontare i traumi subiti dai bambini raffigurati nella sua opera e, forse, anche da lei stessa nelle opere più autobiografiche. La bambina e il sognatore, in cui un uomo rimane fissato sulla storia della scomparsa di una bambina del suo paese, sembra il culmine di questo tipo di analisi da parte da Maraini. Mentre nei romanzi precedenti, l’elemento fiabesco è legato all’ambiente culturale circostante (tipo, la Sicilia, nella Lunga vita di Marianna Ucrìa), qui i riferimenti a Cappuccetto Rosso e Alice, due storie più universali, sono fatti con grande consapevolezza, come se Maraini riconoscesse il suo proprio metodo. In tutti i casi, le favole aiutano i lettori a vedere le storie delle bambine scomparse, stuprate, e uccise contemporaneamente in chiave personale, culturale, e globale. Per Maraini, bambina traumatizzata anche lei, narrare di queste piccole eroine assume, forse,  un significato catartico. 

 

 

44. "Rome: Open City as Classical Tragedy"



Presenter: Steven Grossvogel (grossvog@uga.edu), The University of Georgia

 

In Rome: Open City, Rossellini appears to have consciously adopted all the elements of a classical tragedy.  This paper looks at Rome: Open City in terms of those elements, as defined by Aristotle in his Poetics, and as they are appropriated from ancient tragedies.  Particular attention is given to Aristotle's six fundamental elements: 1) mythos, the plot-structure and the concomitant uses of anagnôrisis and peripeteia on the one hand, and catastasis (complication) and dénoument on the other; 2) êthos, the characters, their characterization, and their moral character, including each character's hamartia; 3) dianoia, thought, or the capacity to produce pertinent and appropriate arguments which are subject to the laws of politics and rhetoric; 4) lexis, the embellished language, verbal style and diction: the way in which thought is conveyed through words; 5) melos or poiesis, song and/or lyric poetry, "the most important of the external embellishments" according to Aristotle; 6) opsis or skênographia, the scenography which, according to Aristotle, "is emotionally powerful but has nothing to do with our search for the essence of tragedy."  Other elements which are taken into account are: the metabasis or transformation of the tragic agents from a state of ignorance to one of knowledge; mimêsis and verisimilitude; pathos and catastrophe; and katharsis.  By adopting these and other elements of ancient tragedy, Rossellini took what might have otherwise become a fairly conventional war movie, and transformed it into a classical drama.   



  

43. Tornatore’s La sconosciuta: A post 2.00 ‘heroine’

Presenter: Piera Carroli (piera.carroli@anu.edu.au), Australian National University

Giuseppe Tornatore’s latest film, La sconosciuta has divided critics and public – defined either as brilliant or too violent and dramatic. Predictably, the film also defined Cinema Inferno, in contrast with his earlier Cinema Paradiso, did not win the Oscar. Unlike Tornatore’s internationally praised Oscar winning nostalgic glance at the end of an era for cinema in village life, an image Americans cherish, La sconosciuta is too confronting and disturbing, informed as it is by today’s social cultural context of the global sexual and reproduction trade.

A familiar tale of oppression and resistance, domination and agency, the narrative slowly and violently unravels through the brutalised eyes of Irena, a Ukrainian woman – one the many illegal women brought to Italy to be subjected to horrific violence and torture, used as merchandise for prostitution and child production.

In this paper, I will focus in particular on the film’s social subtext about generations of exploited Eastern women, exploiting men, and the possible embodiment by Irina of a collective vengeance and reclaim of subjectivity and mothering. Through the lenses of feminist film criticism (Mulvey 1975; de Lauretis 1984, 1999) and feminist subjectivity studies (Braidotti 1995; 2002) I will especially analyse scenes of Irena’s faceless body gazed upon prospective buyers through the peephole and later scenes in which, the screen is dominated by her gaze. The past unravels for the spectator as it does for Irena yet her determination to regain possession of what has been stolen from her grows stronger.

Such sconosciute are objectified as vessels of male pleasure, sado-masochism and child production for sale to rich families and as such, love and maternity is denied to them.

The media abounds with and often sensationalises such stories; indeed Tornatore’s inspiration for the movie came from a newspaper article. What is not unfamiliar however is representation of such abuse through the eyes of the abused woman who is no longer a victim but a sort of heroic avenging ‘angel’?

The film opens with faceless bodies lined up with their masked faces being watched through the peephole by prospective buyers – we assume for sexual pleasure – but that is only a snippet of the whole picture.

The violence and brutality stab the screen and the spectator as they pierce Irena’s consciousness, shattering her attempt to escape from the past.

Such sadistic imagery – which sweeps the screen in fast brush strokes - is certainly disturbing, but is essential to understand the horrific experiences to which Irena has been subjected in her epic voyage through hell, and also to strongly empathise with, if not entirely condone, her present actions.

From fetish and object of pleasure Irena gains agency and becomes watcher: intent on taking back her stolen motherhood. Hence her epic pursuit, unlike male heroes is not to conquer or dominate, this is why “heroin is not the feminine of hero” (SIL, 2009) . The spectator, who watches the film through Irena’s regard, is denied pleasure or voyeurism and identifies with Irena’s relentless pursuit.



42. Zona grigia: Gender, Agency and Survival in a Neapolitan rione   

Presenter: Sara Teardo (steardo@princeton.edu),Princeton University  

In her 2005 collection Per Grazia ricevuta, Valeria Parrella offers a glimpse on Naples and the difficulties of living and loving in a city where legal and illegal borders often collide, blurring out any clear distinction between good and bad. A similar representation of the city is offered in the works of Elena Ferrante, particularly in her recently published tetralogy L’amica geniale (2011-15). Both writers seem to pose a similar question: how is it possible to grow and fully develop one’s potentials, to experience love and establish long lasting relationships in such a challenging context? Parrella and Ferrante portray a city plagued by hierarchical camorra relations, where tobacco smuggling has been replaced in the eighties with the more lucrative drug traffic. While it becomes a challenge for mothers to raise children in such a metaphorically and physically violent city, it’s this same environment that leads women to either cross borders or find their own space inside those suffocating limits. What distinguishes Parrella and Ferrante’s protagonists lies in their different responses: if Ferrante’s Lena (and Lila), prodded by a rationalistic, enlightened approach, decide to denounce in a libello the brutal system of the rione, Parrella’s women, trapped in the same constraining web, work their way through that system, drawing a sort of zona grigia. In this ‘grey area’, women can exercise a limited agency within the borders of the system itself. Thus, both writers outline two different ways to survive — keeping one’s ethical integrity— with one common denominator: creating and fostering relationships based on authentic emotional bonds, such as friendship or motherhood. My paper intends to explore this zona grigia claiming its function and value in constructing gender identity and supporting women’s agency. 



41. Linguistic Preservation in a Global World: an E-Portfolio to value the plurality of languages and cultures in North America
Barbara Spinelli, Columbia University, New York

bs2165@columbia.edu
In the language departments of North America colleges and universities, teachers work increasingly in multilingual learning contexts. Students, teachers, administrators and communities are not fully aware of the rich linguistic and cultural capital they have and the intrinsic value of expanding individuals’ linguistic and cultural repertoire. This paper briefly describes the LINCDIRE (LINguistic DIversity Reinvented) project. The LINCDIRE is a 3-year collaborative research project between Canada, USA, and France, a partnership among institutions (like Columbia University, Middleburry College, University of Toronto, York University, Université de Grenoble, among others) with expertise in different languages and cultures. The project aims at creating and implementing a digital environment – Language Integration through E-portfolio (LITE) – which will be used in language classrooms in secondary and post-secondary institutions to enhance and maintain diversity by interconnecting a plurality of languages and cultures. These languages include heritage languages like Italian in North America and aboriginal languages in Canada.

40. Multimodal Metaphors in Contemporary Migration Narratives

Dr. Adam Muri-Rosenthal (amuri@fas.harvard.edu)

Dr. Celeste Moreno Palmero (mcmoreno@fas.harvard.edu)

In recent years, the influx of illegal immigrants to Italian soil has been a critical point of attention in Italy, for both media and authorities. Metaphors, both verbal/textual (in the news media) and visual (on television and in the movies) play a pivotal role in shaping public discourse and creating the ideologies that surround migration narratives. The former often characterize immigrants in terms of, for example, oceanic images: a “wave” of immigrants “sweeping” across Europe. Given that so many refugees arrive by boat, it is not surprising that images of the sea also constitute common tropes in the cinema as it grapples artistically with the same phenomenon. That being said, do multimodal metaphors originating from distinct media influence one another directly or indirectly in their depiction of the plight of refugees?

This paper will analyze media coverage of the “immigration problem,” along with recent documentaries and feature films dealing with the issue of immigration to determine if there is a continuum between the language used by media and the cultural representation of immigration in visual narratives. Based on the Foucaultian ideas of language shaping the world our interest is language use as an instrument of (dis)empowerment. Employing methodologies drawn from Cognitive Linguistics (specifically Critical Discouse Analysis and Metaphor Theories), Film Theory and Cultural Studies, this paper aims to be a first step in understanding the crosstalk between products of distinct cultural spheres.

39. D’Annunzio e Napoli: la «splendida miseria» e la grande ricchezza degli anni partenopei

LETIZIA TESI, PHD CANDIDATE

UNIVERSITY OF TORONTO

(letizia.tesi@mail.utoronto.ca)

“Tu sai che io vedo per la prima volta Napoli. La realità ha superato tutte le mie imaginazioni. Sono profondamente turbato; e tutti i miei nervi vibrano di sensazioni acutissime. In questi pochi giorni ho veduto mille spettacoli diversi e tutti stupefacenti”. (3 settembre 1891)

Le parole con cui Gabriele d’Annunzio descrive la città partenopea alla sua amante Barbara Leoni tradiscono l’entusiasmo che trasformò una trasferta di pochi mesi in un’esperienza di vita durata tre anni, dal 1891 al 1893.

Nel mio saggio, mi propongo di analizzare gli articoli usciti in quel fervido triennio sui quotidiani e sui periodi partenopei (dal «Corriere di Napoli» al «Mattino», dalla «Tribuna» alla «Domenica del Don Marzio» a «La Tavola Rotonda»), che gettano le basi, in ambito teorico, del pensiero dannunziano e ne tracciano l’evoluzione dall’abbandono dei precetti del Naturalismo alla scoperta di Nietzsche e di Wagner, avvenuta proprio nel periodo napoletano. Abbandonate le vesti del Duca Minimo, negli anni partenopei d’Annunzio passa dal giornalismo mondano («la miserabile fatica quotidiana del giornale») a quello militante, pubblicando articoli che costituiscono il fondamento della sua produzione saggistica e della sua poetica. L’immersione nel vivacissimo ambiente napoletano, aperto agli influssi europei e ricco di suggestioni culturali, è sicuramente alla base dell’intensa riflessione teorica di quegli anni, che si incentra in particolare sul tema del romanzo, attestandosi su posizioni che resteranno un caposaldo della sua poetica. È a Napoli, infatti, che nasce l’idea del romanzo di analisi psicologica come forma d’arte della modernità e come «prosa plastica e sinfonica», in grado di «gareggiare con la grande orchestra wagneriana». Un principio che d’Annunzio sperimenta nel Trionfo della morte, la cui stesura, ripresa e interrotta a più riprese, s’intreccia proprio con la pubblicazione degli articoli partenopei in questi anni di «splendida miseria» e di estremo fervore artistico.

38. La napoletanità di Eduardo De Filippo e la sua fortuna in Europa

Tamara Török

(Dipartimento di Italianistica,

Università ELTE, Budapest)

tamaratorok@hotmail.com

Le commedie di Eduardo sono presenti sui palcoscenici ungheresi dal 1955 e il pubblico ungherese ha anche avuto la fortuna di vederlo recitare nel 1962, in occasione di una tournée europea della sua compagnia. Anche se le sue commedie non vengono messe in scena molto spesso, ultimamente si sente un crescente interesse per le opere di Eduardo in Europa, anche se è evidente la difficoltà di mettere in scena Eduardo oggi: il suo realismo sembra spesso inconciliabile con un'ambizione caratteristica di quasi tutte le tendenze registiche odierne, quella cioè di allontanarsi dal realismo.

Nella mia relazione, oltre a mettere in evidenza i suoi legami con la tradizione teatrale napoletana, intendo analizzare l'influenza di Eduardo sul teatro europeo (con particolare riguardo al teatro ungherese), le ragioni della sua fortuna in Europa nelle varie epoche storiche, indagare i dettagli della sua tournée nel 1962, presentare due possibili messinscene contemporanee delle sue opere (Non ti pago!, regia di Attila Réthly al Teatro di Kaposvár; Questi fantasmi!, regia di Stefano De Luca al Teatro Radnóti di Budapest), analizzare in che modo si può affrontare oggi sui palcoscenici europei il colore locale napoletano, tanto caratteristico delle commedie di Eduardo, e accennare anche alle difficoltà della traduzione delle sue commedie: quanto e in che modo è traducibile il dialetto napoletano in ungherese (lingua in cui i dialetti hanno un valore culturale e linguistico completamente diverso dall'italiano). Toccherò quest'ultimo tema soltanto in modo marginale, ”non-scentifico”, basando l'analisi sul linguaggio delle messinscene sopra menzionate, cioè sulle mie esperienze teatrali di traduttrice dei testi di Eduardo.

Alcune delle monografie su Eduardo che userò come punto di partenza per l'analisi sono: Giammuso, Maurizio, Eduardo: da Napoli al mondo, Mondadori, Milano, 1994;

Giammuso, Maurizio, Vita di Eduardo (BEAT, Roma, 2009); Barsotti, Anna, Eduardo drammaturgo: fra mondo del teatro e teatro del mondo (Bulzoni, Roma, 1995); Barsotti, Anna, Eduardo, Fo e l'attore-autore del Novecento (Bulzoni, Roma, 2007); Procino, Maria, Eduardo dietro le quinte (Bulzoni, Roma, 2003); Di Franco, Fiorenza, Eduardo De Filippo (Gremese, Roma, 2000).

+36 30 9060743


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